Comune di Grumo Appula
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Lunedì 21 Settembre 2009 16:05
Indice
Il Paese
Dominazione romana
Periodo bizantino
I saraceni e il periodo normanno
Il feudalesimo
Angioini e aragonesi
Dominazione spagnola
Fine del feudalesimo
Dissoluzione dell'università
Cenni geografici
Tutte le pagine

Grumo Appula è un comune di 13.007 abitanti della provincia di Bari. Situato a sud-ovest dal capoluogo pugliese, è un florido centro agricolo. L'abitato si impernia su un nucleo medievale di forma subcircolare.
STORIA
Nel VI sec. a.C. gli abitanti della Puglia, erano differenziati in: • Apuli, gli abitanti del nord (Foggia e Bari); • Calabri, quelli del sud (Brindisi e Lecce). L'intero territorio da essi occupato sarebbe poi stato dai Romani indicato con due nomi, Apulia et Calabria. Gli Apuli ebbero fin dal primo momento insediamenti urbani lungo il mare, con vari porti, distanti dal mare tra i 10 e i 20 km e sui Preappennini. Le tre linee di città erano collegate con strade in senso longitudinale e trasversale per permettere facili spostamenti di uomini e di prodotti. Sui collegamenti trasversali sorsero centri minori quali Grumum (Grumo Appula), posta tra la linea subappenninica e quella centrale. Grumum sorse per assicurare le comunicazioni tra le due linee urbane fondamentali, la zona collinare interna (detta poi Murgia) e la pianura verso il mare (poi detta Terra di Bari). La parola indica “raggruppamento”, “concentrazione” di case. Nel IV sec. a.C. Grumum, batteva una propria moneta di rame per uso interno. Le monete mostrano simboli di animali equini e bovini a dimostrazione della principale fonte di ricchezza, ma esistevano anche altre produzioni, quella dell'olio e quella della lana destinate all'esportazione. I prodotti di Grumum raggiungevano il porto di Barium mediante una strada diretta, l'attuale provinciale per Bitetto, Modugno, Bari. Nel 318 a.C. i Romani giunsero a Canusium, nel 315 nel Barese fino a Caelia, nel 312 completavano l'occupazione della Terra di Bari, spingendosi fino a Palion e località circostanti. In quell'occasione anche Grumum cadde sotto i Romani, che arrivarono come alleati degli aristocratici e nemici dichiarati dei ceti popolari, in cui sospettavano simpatie per i propri nemici. I Romani non toglievano l'indipendenza, ma costringevano alla propria alleanza facendo perdere ogni respiro ed ogni possibilità di azione autonoma.



DOMINAZIONE ROMANA
I Grumesi, in epoca romana, erano nell'elenco dei municipia (centri non sottoposti a regime di colonia) col nome di Grumbestini (mille ab. circa). I Romani classificarono i Grumbestini tra i Calabri e non tra gli Apuli. Il territorio di Grumo era vastissimo ed assicurava agli abitanti benessere e tranquillità. Il governo interno del municipium era elettivo ed annuale: due (duumviri) o più spesso quattro (quatuorviri) magistrati in collaborazione con un senato locale costituito di decuriones. Nel municipium c’è sempre un centurione romano con un piccolo reparto, una specie di tenenza di carabinieri, pronto a intervenire. Nei latifondi affluirono molti schiavi, pastori o agricoltori. Grumum, a mezza strada fra Canosa e Taranto, dové cambiare attività: se prima aveva allevato bovini ed equini, ora passa agli ovini, come continuerà a fare per secoli, fino all’Unità d’Italia. Le cambiate condizioni climatiche, con maggiore aridità, fecero sorgere la favola del vento sud-est, il terribile Atabulus, che bruciava i campi e che disseccava le intere colline del pre - Appennino apulo. Si aggiunsero gli effetti perniciosi della malaria che infettò tutta la Puglia e sarebbe rimasta padrona incontrastata delle migliori terre pugliesi quasi fino al nostro tempo. La regione piombò nella più squallida miseria e il suo vasto territorio, ridotto a pascolo estensivo, subì una triste degradazione, perdendo ogni valore venale. A Roma ormai si parlava dell’Apulia come d’una terra maledetta. Cesare, qualche anno dopo (nel 48), avrebbe preferito mille volte le piovose contrade della Gallia alle sedi malariche, pestilenziali di Brindisi. Al tempo di Nerone il tenimento di Taranto era quasi deserto. Sotto i Flavi, Marziale cita Bitonto come il centro più miserabile di sua conoscenza. Nel III sec. avvenne un cambiamento, lento ma graduale. Nel trambusto degli imperatori effimeri, molta terra imperiale per varie vie finì nelle mani dei privati. Accanto alla proprietà imperiale, molto più ristretta, c’era ormai in ogni località dell’Apulia il latifondo privato; in vari centri apuli tornarono con insistenza i nomi di grandi proprietari, che talora abitavano a Roma. Nel territorio di Grumo abbiamo una località, per lungo tempo fornita di un gruppo di casolari rustici, un vero e proprio casale, chiamata Agnano, forma evidente dell’antico Annianum (sott. rus, fondo), cioè latifondo degli Annii, appartenente a qualcuno della grossa famiglia che può avere esteso i suoi possedimenti fino a Grumo. Ma nel territorio Grumese e dintorni c’è tutta una serie di nomi che indicano la presenza di latifondi romani di epoca Basso Impero: Quasano, da Caesianum (tenuta dei Caesii), Mascerano, da Majorianum (nome diffuso nel Basso Impero), Cassano, da Cassianum (tenuta dei Cassii) che perciò sarà sorto come casale nel Basso Impero nell’antico territorio Grumhestinum; poco più lontano è Valenzano, da Valentianum (tenuta di un Valens, altro nome del Basso Impero), Rutigliano, da Rutilianum (tenuta dei Rutilii), Putignano, da Putinianum (tenuta dei Putinii). In Apulia i latifondisti si servivano della manodopera libera, perché negli eserciti affluivano solo barbari o abitanti di regioni confinarie. La situazione dové restare immutata nel V sec. e durante la dominazione Ostrogota (principio del VI sec.), fino alla Guerra Bizantina. In questo periodo, daI IV al VI sec., si affermò in Grumo il cristianesimo. Per giungere a Roma, dove il cristianesimo era diffuso già sotto Claudio, esistevano solo due strade: • quella marittima attraverso Puteoli (Pozzuoli), seguita per es. da S. Paolo; • quella terrestre, da Brindisi a Benevento. Per giungere a Benevento la strada più comoda era l’Appia, attraverso Venosa, anche qui c’era un folto numero di Ebrei, oppure la Minucia, attraverso Bitonto, Ruvo, Canosa, più scomoda ma più breve, migliorata poi quando fu rifatta da Traiano. Con l’affermazione del cristianesimo e dei latifondisti locali si concludeva l’epoca romana a Grumum. Degli usi e costumi romani è rimasto: • l’uso di piazzar le palme benedette intorno al proprio seminato, sostituzione cristiana del precedente rito degli ambarvalia (culto agreste di Cerere); • la lingua latina, in gran parte il dialetto grumese è ancora fortemente ancorato al latino; • la riduzione della pastorizia e la ripresa della cerealicoltura; • inalterato il centro abitato, che comunque è attorniato da una serie di «casali», abitazioni rustiche al centro dei grandi latifondi; • i terreni passati nelle mani di pochi proprietari che, bisognosi di manodopera, assumono i meno abbienti; • diffuso il nuovo culto cristiano senza difficoltà e senza ostacoli, che non conosce né le sacche rurali isolate (pagi), ove continuano gli antichi culti (perciò detti pagani), né le resistenze dei ceti intellettuali delle più grandi città. A Grumo si è creata una lingua, sovrapposta alla parlata precedente, che avvicina i Grumesi non solo agli abitanti della propria regione, ma anche a quelli delle altre regioni italiane.



PERIODO BIZANTINO
Per il lungo periodo bizantino, durato oltre cinque secoli, dal 536 al 1073, non abbiamo di Grumo, ad eccezione dell’ultimo secolo, nessuna indicazione diretta. Il periodo bizantino ha però inciso profondamente nella cultura e nelle tradizioni grumesi: da esso provengono culti religiosi e usanze familiari. Un momento tangibile dell’eredità bizantina è la festa della Madonna di Mellitto, legata al ritrovamento, nel posto ove sorge la cappella di origini molto più antiche, di un’immagine della Madonna. All’antico culto di S. Giovanni Battista, per il quale sorgeva una chiesa fuori le mura lungo l’attuale Via S. Giovanni, bisogna aggiungere il culto di S. Michele, particolarmente caro ai Longobardi dopo che si furono impadroniti del Gargano. Infine, si diffuse nella stessa epoca, dopo l’VIII sec., il culto di S. Vito. Nel tenimento di Grumo continuarono a moltiplicarsi i casali, abitazioni rustiche accentrate in un posto, detto massa, con funzione sia di abitazioni sia di difesa in un’epoca d’insicurezza civile. Nel contado di Grumo furono abitati in quest’epoca i casali di Agnano, Mascerano, Arcamone, S. Felice, le Matine. Il centro urbano di Grumo dovette restare invece quello di prima cioè il cerchio attorno all’attuale Chiesa Matrice, il futuro Borgo. Il centro di Grumo poteva contare sulla produzione del contado che, anche se più limitato rispetto al passato, doveva assicurare la sussistenza all’intera cittadinanza. Alla stessa età bizantina si può attribuire il pozzo di Mellitto, la cui scalinata a chiocciola, con la sola funzione di accedere al fondo per eseguire la pulizia, è invece di epoca normanna.



I SARACENI
Il dominio bizantino in Terra di Bari subì nel IX sec. una lunga interruzione. Nell’847 i Saraceni furono a Bari, sotto la guida del berbero Khalfun. L’eredità saracena, allora così incisiva, è presente ancora in Grumo nella struttura agricola e nel linguaggio parlato. La Terra di Bari, da povera produttrice di grano, diventò la terra classica degli ulivi, con produzione di olio abbondante di qualità raffinata. L’ulivo di Bari è giunto fino a Grumo, resterà la pastorizia, ma limitata alla zona collinare della Murgia. PERIODO NORMANNO La fuga delle popolazioni dall’interno verso la costa per trovar lavoro e mezzi di sussistenza fece di Bari, da piccolo porto, grande città marinara in breve tempo. Fin dal 977 sono presenti Grumesi a Bari (la notizia è ribadita dalle pergamene di S. Nicola). Gli immigrati svolgono, ovviamente, mestieri cittadini: o lavorano al porto o servono i nuovi ricchi locali.



IL FEUDALESIMO
I Normanni stabilirono a Grumo, come altrove, la figura del feudatario di ampio territorio confinario. I primi feudatari di Grumo posseggono anche altri territori, in modo da costituire una fascia di difesa alle spalle di Bari. Il primo nome che conosciamo, un certo Roberto, del 1105, domina su Gravina, Bitetto, Grumo e Toritto, cioè occupa l’intera contrada che mette in comunicazione la Basilicata con Bari. Questo barone, uomo di fiducia degli Altavilla (cognome di Roberto il Guiscardo e successori), appare d’indole equanime ed equilibrato. Nel 1169 Grumo era legata alla contea di Conversano. Il feudatario era Roberto II di Basunvilla (cosiddetto da Bassèneville, cittadina del Calvados), nipote del re Guglielmo, con cui fu in continuo litigio e per questo sempre assente da Grumo. Nel 1187, quando il feudatario di Grumo è Rogerius Flamengus o Flandriensis, un Ruggero sicuramente fiammingo, i Grumesi sono raccolti, oltre che nei casali ancora abitati, nella vecchia cinta poi detta Borgo. Intorno al Borgo correva un muro di cinta, oltre il quale c’era un fossato. La vecchia dizione di Piazza Mercato, indicata fino a 40 anni fa con l’espressione “sopra il muro” ricordava il muro di cinta tra forno Cavalluzzi e il Rosario. Al centro del Borgo sorgeva la Chiesa di S. Maria Assunta mentre il Campanile attuale è del XIII sec., forse d’epoca sveva. Il territorio di Grumo, così ampio in epoca antica, si ridusse in epoca bizantina, con il sorgere dei borghi rustici o casali nei singoli latifondi. Al centro d’ogni latifondo vi era un abitato capace di ospitare non solo i lavoratori della terra, ma anche i vari tipi di artigiani che collaboravano coi contadini. Attorno a Grumo rimase un’estensione molto più ristretta, con altri casali, di scarso rilievo, quali S. Felice, Agnano, Arcamone e Matine. Grumo ricevette un’altra perdita sotto gli Svevi: nel 1240 Federico II volle fondare Altamura come città regia, assegnando un ampio territorio e svariati privilegi alla popolazione. Il periodo normanno-svevo fu tuttavia importante per Grumo. Al detto periodo risalgono alcune costruzioni di Grumo vecchia come il campanile della vecchia chiesa (metà XIII sec.) che mostra la sua sicura origine duecentesca. Il campanile di Grumo è ancora spiccatamente romanico, simile a quelli di Modugno e di Palo, anche se non ha il loro slancio, ha però maggior compattezza e severità. Sotto il regno di Manfredi sarà stato costruito il castello dove ora sorge il palazzo Mannaro Scippa, sul limite estremo del Borgo, con la facciata incastrata nel muro di cinta, rivolta a levante. La difesa delle singole terre era ormai pensiero costante del re Svevo, a sua buona ragione.



ANGIOINI E ARAGONESI
Nel 1266 gli Angioini subentrarono agli Svevi nel dominio del regno meridionale. Grumo ebbe un progressivo sviluppo, demografico ed economico. Intanto nel 1348 scoppiava la grande peste detta di Firenze, diffusa in tutta Italia, con numerose vittime. Grumo, esausta non solo sul piano economico ma anche su quello demografico, subirà un declino crescente. Approfittando della debolezza dei Grumesi, gli abitanti di Altamura occuparono con le armi lunghe fette del suo territorio. Per fortuna vegliava S. Nicola che, per non perdere le sue rendite, tempestava di messaggi i re, costringendoli a ordinare agli Altamurani di restituire il mal tolto (9 luglio 1359). Il 16 febbraio 1371 la regina Giovanna interveniva a favore dei Grumesi (remissione dei diritti fiscali) e il 13 giugno 1393 Luigi II sentiva il dovere di confermare i diritti di S. Nicola. Alla fine del Trecento gli Angioini avviarono una politica più rozza, meno rispettosa della Chiesa in genere, e due anni dopo, nel 1410, Grumo e Santeramo vengono venduti dal re per 2000 ducati a Pietro Buccio dei Tolomei di Siena. Grumo si riebbe dalla crisi e prosperò. Buccio Tolomei, feudatario di Grumo, resistette nelle sue cariche con gran beneficio per Grumo, che doveva contare un numero approssimativo di 700 abitanti circa. Gli Aragonesi favorirono rapporti più intensi e i Veneziani mandarono nelle principali città pugliesi i loro agenti di commercio. In questo movimento furono implicati anche mercanti di Grumo.



DOMINAZIONE SPAGNOLA
Gli abitanti del regno di Napoli non subirono forte contrarietà di fronte al nuovo governo spagnolo, destinato a protrarsi per oltre due secoli fino al 1707. I feudatari di Grumo, dei Tolomei, continuarono a dominare con certa larghezza di vedute, secondo la tradizione della famiglia. L’assenza del feudatario, nella seconda metà del secolo, permise ai Grumesi un notevole respiro. A fine Cinquecento la popolazione era cresciuta enormemente, circa 4 mila ab. Il Borgo centrale non aveva potuto più contenere l’aumento demografico: la sua cinta era stata scavalcata a sud e a nord. A sud si era creato un altro borgo, chiamato semplicemente Terra, con case nuove (Palatiate, secondo l’espressione dell’epoca), molto più comode di quelle del vecchio Borgo, con strade più larghe, formando un vero quartiere residenziale. Accanto al rione Terra s’era formato un altro, con abitazioni più umili, attorno a una vecchia cappella dedicata a S. Lorenzo, quartiere detto Foragginale. In questo secolo, così vivace finanziariamente e di relativa tranquillità, si sono avute in Grumo le migliori costruzioni. Fu ricostruita la Chiesa Madre, l’edificio duecentesco non doveva più reggere o forse fu stimato troppo piccolo. Certo, fu lasciato solo il campanile e il resto abbattuto. Il nuovo edificio fu realizzato a croce greca in pietra squadrata, con una cupola, non grande né piccola, in armonia col resto. Le pesti ormai frequenti dopo il 1348 indussero i Grumesi a scegliersi come nuovo patrono un santo celebrato dai dominatori Angioini, cioè S. Rocco. La chiesa di Grumo dedicata al suo culto è dell’ultimo Quattrocento. La Chiesa del S. Rosario, anch’essa anteriore al Cinquecento, sorse dentro il Borgo, all’estremo limite sud-ovest. Dedicata un tempo a S. Maria Annunziata, dovette prendere la nuova denominazione dopo la battaglia di Lepanto (1570), quando il culto di Maria SS. del Rosario fu largamente diffuso. Accanto alle costruzioni sacre si sviluppò in Grumo l’edilizia privata. Tra fine Quattrocento e nel corso del Cinquecento si adornò di palazzi (case Palatiate) tipici inconfondibili. Nel Seicento tutti i centri pugliesi persero abitanti. La popolazione di Grumo dai circa 4000 ab. di fine Cinquecento si ridusse a 160/170 persone nel 1630. Solamente nel 1716 raggiunse i 3116 ab.. La famiglia La Tolfa, feudatari di Grumo, accumulò tanti debiti da cadere nelle grinfie dei creditori, i quali ottennero la vendita forzosa del feudo. Il compratore fu lo spagnolo don Antonio Castellar. Negli ultimi decenni del Seicento ci furono nuovi segni di ripresa: non solo per l’opera del feudatario ma anche per una ripresa economica attestata dalla crescita demografica. Grumo riprende a esportare il suo olio in terre lontane, servendosi del porto di S. Spirito. Così si avviava a conclusione un secolo che aveva prodotto gravi danni.



FINE DEL FEUDALESIMO
I Grumesi raggiungono la quota di 3116 ab. nel 1716 e la mantengono stabile per tutto il secolo con 3288 ab. nel 1798. La cittadina di Grumo, verso la fine dell’età feudale, era ancora dominata dal Castello, con poche famiglie facoltose e gli altri silenziosi, curvi al lavoro dei campi o a guardia delle pecore. La compilazione del Catasto Onciario nel 1753, la vertenza giudiziaria tra università e feudatario, la lunga resistenza dei sindaci alle minacce del feudatario, mostrano una nuova coscienza civica della borghesia agraria. E’ una netta presa di posizione dell’università a beneficio della cittadinanza. Sono da elencare i vari lavori progettati di pubblica utilità: il rifacimento e l’allargamento della Chiesa Matrice, i lavori al Lagopetto, la costruzione della cisterna di Monteverde. Nel 1783 furono compiuti i lavori del Lagopetto, conca naturale a meno d’un km dal paese dove si raccoglie l’acqua piovana dei dintorni. Il 28 maggio 1773 fu scavata e sistemata nell’attuale giardinetto, presso la Chiesa di Monteverde, la cisterna che restò per oltre un secolo un autentico monumento.



DISSOLUZIONE DELL’UNIVERSITÀ
La legge Bonaparte del 2 agosto 1806 distrusse il feudalesimo, ma non i feudatari. I baroni furono privati della giurisdizione, ma ebbero riconosciuta la proprietà di tutti i beni burgensatici amministrati direttamente. Conservarono da un quarto a tre quarti dei beni feudali su cui i cittadini esercitavano gli usi civici pascolo, semina, ecc., perdettero invece gli altri che furono assegnati ai Comuni, per la distribuzione ai cittadini più poveri. Con l’eversione dei beni feudali e del regime, viene travolta anche l’universitas: ora raggiunta la piena libertà si chiamò «la Comune». La situazione di Grumo fu complicata dalla lunga vertenza giudiziaria per regolare i rapporti tra ex feudatario e Comune. Al feudatario Duca di S. Vito, toccarono La Selvella, parte delle Matine e i Parchi Erbosi, appartenenti alla casa ducale, mentre al Comune toccarono il bosco di Mellitto, la restante parte delle Matine, i Parchi dei Privati, la Lama del Conte e le Murge. Non meno penosa fu la contesa con Cassano. Cassano vantava il diritto, concesso da Giovanna I nel 1374, di «acquare, pascolare, legnare, far case, erba e ghiande» sull’agro di Acquaviva e di Grumo. Nel 1863 fu ripresa la vertenza e solo il 14 maggio 1927 la controversia fu chiusa d’autorità. La legge Bonaparte del 2 agosto 1806 mirava allo scorporo di gran parte dei terreni feudali e alla distribuzione ai nullatenenti, con le due condizioni che coltivassero la quota assegnata e pagassero la fondiaria. Tutti i contadini grumesi si sentirono autorizzati a chiedere una quota da dissodare. Chi poteva contare solo sulle proprie braccia, dovette accontentarsi di qualche tomolo, con l’incubo di dover raccogliere non prima di un anno e di pagare l’imposta fondiaria. Chi invece aveva un’attrezzatura agricola (carri, attrezzi e animali) e denaro per pagar la manodopera, occupò un più largo pezzo: non c’era nessuna proibizione che i terreni fossero messi a coltura anche mediante lavoro salariato. L’occupazione fu perciò disuguale fin dalla partenza: alla povera gente toccarono le briciole, mentre ai «signori» toccò il grosso della torta. Le occupazioni delle terre continuarono a Grumo anche dopo il 1821, anzi, poiché le terre feudali erano finite, si pensò di attaccare con le terre demaniali, antichi possessi dell’università. Restava, ultimo lembo del demanio comunale, il comprensorio della Murgia, collinare, pietrosa, di scarsa fertilità. Il Consiglio Comunale chiese ed ottenne di ripartire anche la Murgia tra i cittadini di Grumo, capifamiglia e giovani di 17 anni compiuti. La Murgia fu spezzettata in piccoli lotti, meno di un ettaro, che furono assegnati ai nullatenenti. Il 4 gennaio 1863 si dà a Grumo la facoltà di scegliersi l’aggettivo Appula. I Grumesi, quei pochi che comandavano in Municipio, ebbero così l’impressione di diventare veramente italiani. Il popolino invece faceva il cattivo: non tanto a Grumo, ma sulle Murge si dava al brigantaggio. La lotta armata veniva condotta su doppio fronte: contro le forze «nazionali», rappresentate soprattutto dai bersaglieri, e contro massari e proprietari terrieri. I proprietari però erano abbastanza al sicuro nelle loro case cittadine, mentre i massari, nelle campagne, erano molto più esposti. Fu organizzata così la Guardia Nazionale. In Grumo ci fu anche una piccola frazione che aderì a Garibaldi. Non sappiamo se l’arruolamento venisse preparato da agenti o se fosse assolutamente volontario. Il gruppo fu sparuto: il nome più prestigioso fu quello di Domenico Scippa (la sua giubba rossa era conservata fino a qualche anno fa nel Comune). A fianco dello Scippa ci furono sicuramente altri Grumesi; restarono in servizio per tutta la durata dei grandi sommovimenti provocati dai briganti. Il loro ritorno a Grumo non fu né trionfale né eccessivamente gradito, infatti vennero a infastidire il sindaco di Grumo e a inserirsi con la forza nella spinosa questione dell’occupazione delle terre, vantando il decreto di Garibaldi del 3 giugno ‘60 che assegnava «una quota demaniale senza sorteggio ai suoi volontari». Per fortuna, i Garibaldini grumesi erano pochi. La volontà dei dirigenti fu quella di sanare al più presto le vertenze tra occupatori e Comune, regolarizzando il fatto compiuto. Anzi per favorire la situazione, il nuovo governo «reperì» altra terra, l’ultima da distribuire, quella delle Confraternite o Congreghe religiose. Nel 1869 fu imposto alle Confraternite di consolidare il patrimonio, lottizzando i loro terreni in piccole quote e distribuendoli ai nulla-tenenti in enfiteusi (non in proprietà), mediante un corrispettivo canone annuo. Del demanio comunale non restava più nulla ma il gruppo dei grandi agrari visse anni di grande prosperità proprio tra il 1860 e il 1880. L’accresciuta popolazione, già sui 7 mila abitanti, offriva manodopera che trasformava le colture. Il bosco e la macchia venivano distrutti: la Delibera del 14 dicembre 1882 abolì la penale borbonica che obbligava a rispettare le querce esistenti e imponeva ai coltivatori di ripristinare quelle «che potessero venir meno». Fu la condanna a morte degli ultimi alberi. Così caddero le vecchie querce del bosco, la «macchia» delle Murge, e delle antiche piante sono rimaste solo le parole «Selva», «Selvella», «Bosco», «Macchione», che ne ricordano l’esistenza. Al loro posto furono piantati ulivi di diverse qualità, mandorli e viti in quantità. La produzione complessiva ed il commercio a Grumo aumentarono vertiginosamente: più grano, più olio, molte più mandorle, moltissimo vino. Le paghe dei salariati erano basse e i grossi proprietari ogni anno incassavano somme rilevanti per i tempi e per l’ambiente. Il denaro sembrò così abbondante che non si sapeva nemmeno come impiegarlo. Nell’ultimo ventennio del secolo scoppiava in tutta Italia una crisi spaventosa, molto complessa: e qui non c’entravano i soli Grumesi, ma tutti coloro che s’erano comportati come i «signori» di Grumo. C’era stato in Grumo un enorme incremento demografico: dai 3.288 ab. del 1798 si passò ai 12.026 del 1897, cioè in un secolo la popolazione si era quasi quadruplicata. I terreni coltivati erano molto più estesi che un secolo prima, ma la produzione andava nelle mani di poche famiglie. Quando scoppiò la recessione economica, moltissimi braccianti non trovarono più lavoro. In diverse cittadine pugliesi avvenivano ormai sommosse violente di braccianti affamati, che chiedevano almeno l’espatrio per l’America, ostacolato invece da un largo strato della classe dirigente. Si dicevano ormai mirabilia dell’America, terra della libertà. Finalmente, dopo l’uccisione di re Umberto I (1900), venne facilitato l’espatrio. Avvenne un esodo massiccio: in pochi anni gli espatriati raggiunsero cifre da migliaia. L’esodo degli «Americani» diede a Grumo un maggiore respiro: molti di essi non spedivano lettera a Grumo senza il biglietto del dollaro. I Grumesi che partivano erano fermamente intenzionati a ritornare e dopo qualche anno, già prima del 1910, cominciò il fenomeno del rientro. L’Americano portava un gruzzoletto, sufficiente per comprare da 10 a 15 tom. di terra e, strano a credersi, c’erano sul mercato molte offerte proprio dai «signori». Questi, negli anni dei grandi profitti, avevano speso per i palazzi, le ville, i vestiti, oppure avevano depositato nelle Banche somme che ora valevano la metà o anche meno. Perciò nel primo decennio del nuovo secolo vendevano, sperando di rifarsi. Ma la manodopera, più rarefatta per le partenze in America, costava di più. Gli «Americani» che tornavano non facevano più i braccianti: lavoravano in proprio, in «libertà». Così si assiste al fenomeno della mobilità fondiaria all’inizio del Novecento: le terre che i «signori» avevano «usurpate» nel corso dell’Ottocento, ora spezzettate finivano nelle mani degli «Americani». Sorsero le prime industrie. Carlo Stella, primo sindaco di Grumo nell’Italia unita (1860-61), costruì un grande pastificio alle porte di Grumo e nel primo decennio del Novecento fu impiantato un altro pastificio da Bonavoglia sulla via di Toritto.



CENNI GEOGRAFICI
Il territorio del comune risulta compreso tra i 173 e i 478 metri sul livello del mare. L'escursione altimetrica complessiva risulta essere pari a 305 metri.