Comune di Grumo Appula
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Il Paese - Dissoluzione dell'università PDF Stampa
Lunedì 21 Settembre 2009 16:05
Indice
Il Paese
Dominazione romana
Periodo bizantino
I saraceni e il periodo normanno
Il feudalesimo
Angioini e aragonesi
Dominazione spagnola
Fine del feudalesimo
Dissoluzione dell'università
Cenni geografici
Tutte le pagine

DISSOLUZIONE DELL’UNIVERSITÀ
La legge Bonaparte del 2 agosto 1806 distrusse il feudalesimo, ma non i feudatari. I baroni furono privati della giurisdizione, ma ebbero riconosciuta la proprietà di tutti i beni burgensatici amministrati direttamente. Conservarono da un quarto a tre quarti dei beni feudali su cui i cittadini esercitavano gli usi civici pascolo, semina, ecc., perdettero invece gli altri che furono assegnati ai Comuni, per la distribuzione ai cittadini più poveri. Con l’eversione dei beni feudali e del regime, viene travolta anche l’universitas: ora raggiunta la piena libertà si chiamò «la Comune». La situazione di Grumo fu complicata dalla lunga vertenza giudiziaria per regolare i rapporti tra ex feudatario e Comune. Al feudatario Duca di S. Vito, toccarono La Selvella, parte delle Matine e i Parchi Erbosi, appartenenti alla casa ducale, mentre al Comune toccarono il bosco di Mellitto, la restante parte delle Matine, i Parchi dei Privati, la Lama del Conte e le Murge. Non meno penosa fu la contesa con Cassano. Cassano vantava il diritto, concesso da Giovanna I nel 1374, di «acquare, pascolare, legnare, far case, erba e ghiande» sull’agro di Acquaviva e di Grumo. Nel 1863 fu ripresa la vertenza e solo il 14 maggio 1927 la controversia fu chiusa d’autorità. La legge Bonaparte del 2 agosto 1806 mirava allo scorporo di gran parte dei terreni feudali e alla distribuzione ai nullatenenti, con le due condizioni che coltivassero la quota assegnata e pagassero la fondiaria. Tutti i contadini grumesi si sentirono autorizzati a chiedere una quota da dissodare. Chi poteva contare solo sulle proprie braccia, dovette accontentarsi di qualche tomolo, con l’incubo di dover raccogliere non prima di un anno e di pagare l’imposta fondiaria. Chi invece aveva un’attrezzatura agricola (carri, attrezzi e animali) e denaro per pagar la manodopera, occupò un più largo pezzo: non c’era nessuna proibizione che i terreni fossero messi a coltura anche mediante lavoro salariato. L’occupazione fu perciò disuguale fin dalla partenza: alla povera gente toccarono le briciole, mentre ai «signori» toccò il grosso della torta. Le occupazioni delle terre continuarono a Grumo anche dopo il 1821, anzi, poiché le terre feudali erano finite, si pensò di attaccare con le terre demaniali, antichi possessi dell’università. Restava, ultimo lembo del demanio comunale, il comprensorio della Murgia, collinare, pietrosa, di scarsa fertilità. Il Consiglio Comunale chiese ed ottenne di ripartire anche la Murgia tra i cittadini di Grumo, capifamiglia e giovani di 17 anni compiuti. La Murgia fu spezzettata in piccoli lotti, meno di un ettaro, che furono assegnati ai nullatenenti. Il 4 gennaio 1863 si dà a Grumo la facoltà di scegliersi l’aggettivo Appula. I Grumesi, quei pochi che comandavano in Municipio, ebbero così l’impressione di diventare veramente italiani. Il popolino invece faceva il cattivo: non tanto a Grumo, ma sulle Murge si dava al brigantaggio. La lotta armata veniva condotta su doppio fronte: contro le forze «nazionali», rappresentate soprattutto dai bersaglieri, e contro massari e proprietari terrieri. I proprietari però erano abbastanza al sicuro nelle loro case cittadine, mentre i massari, nelle campagne, erano molto più esposti. Fu organizzata così la Guardia Nazionale. In Grumo ci fu anche una piccola frazione che aderì a Garibaldi. Non sappiamo se l’arruolamento venisse preparato da agenti o se fosse assolutamente volontario. Il gruppo fu sparuto: il nome più prestigioso fu quello di Domenico Scippa (la sua giubba rossa era conservata fino a qualche anno fa nel Comune). A fianco dello Scippa ci furono sicuramente altri Grumesi; restarono in servizio per tutta la durata dei grandi sommovimenti provocati dai briganti. Il loro ritorno a Grumo non fu né trionfale né eccessivamente gradito, infatti vennero a infastidire il sindaco di Grumo e a inserirsi con la forza nella spinosa questione dell’occupazione delle terre, vantando il decreto di Garibaldi del 3 giugno ‘60 che assegnava «una quota demaniale senza sorteggio ai suoi volontari». Per fortuna, i Garibaldini grumesi erano pochi. La volontà dei dirigenti fu quella di sanare al più presto le vertenze tra occupatori e Comune, regolarizzando il fatto compiuto. Anzi per favorire la situazione, il nuovo governo «reperì» altra terra, l’ultima da distribuire, quella delle Confraternite o Congreghe religiose. Nel 1869 fu imposto alle Confraternite di consolidare il patrimonio, lottizzando i loro terreni in piccole quote e distribuendoli ai nulla-tenenti in enfiteusi (non in proprietà), mediante un corrispettivo canone annuo. Del demanio comunale non restava più nulla ma il gruppo dei grandi agrari visse anni di grande prosperità proprio tra il 1860 e il 1880. L’accresciuta popolazione, già sui 7 mila abitanti, offriva manodopera che trasformava le colture. Il bosco e la macchia venivano distrutti: la Delibera del 14 dicembre 1882 abolì la penale borbonica che obbligava a rispettare le querce esistenti e imponeva ai coltivatori di ripristinare quelle «che potessero venir meno». Fu la condanna a morte degli ultimi alberi. Così caddero le vecchie querce del bosco, la «macchia» delle Murge, e delle antiche piante sono rimaste solo le parole «Selva», «Selvella», «Bosco», «Macchione», che ne ricordano l’esistenza. Al loro posto furono piantati ulivi di diverse qualità, mandorli e viti in quantità. La produzione complessiva ed il commercio a Grumo aumentarono vertiginosamente: più grano, più olio, molte più mandorle, moltissimo vino. Le paghe dei salariati erano basse e i grossi proprietari ogni anno incassavano somme rilevanti per i tempi e per l’ambiente. Il denaro sembrò così abbondante che non si sapeva nemmeno come impiegarlo. Nell’ultimo ventennio del secolo scoppiava in tutta Italia una crisi spaventosa, molto complessa: e qui non c’entravano i soli Grumesi, ma tutti coloro che s’erano comportati come i «signori» di Grumo. C’era stato in Grumo un enorme incremento demografico: dai 3.288 ab. del 1798 si passò ai 12.026 del 1897, cioè in un secolo la popolazione si era quasi quadruplicata. I terreni coltivati erano molto più estesi che un secolo prima, ma la produzione andava nelle mani di poche famiglie. Quando scoppiò la recessione economica, moltissimi braccianti non trovarono più lavoro. In diverse cittadine pugliesi avvenivano ormai sommosse violente di braccianti affamati, che chiedevano almeno l’espatrio per l’America, ostacolato invece da un largo strato della classe dirigente. Si dicevano ormai mirabilia dell’America, terra della libertà. Finalmente, dopo l’uccisione di re Umberto I (1900), venne facilitato l’espatrio. Avvenne un esodo massiccio: in pochi anni gli espatriati raggiunsero cifre da migliaia. L’esodo degli «Americani» diede a Grumo un maggiore respiro: molti di essi non spedivano lettera a Grumo senza il biglietto del dollaro. I Grumesi che partivano erano fermamente intenzionati a ritornare e dopo qualche anno, già prima del 1910, cominciò il fenomeno del rientro. L’Americano portava un gruzzoletto, sufficiente per comprare da 10 a 15 tom. di terra e, strano a credersi, c’erano sul mercato molte offerte proprio dai «signori». Questi, negli anni dei grandi profitti, avevano speso per i palazzi, le ville, i vestiti, oppure avevano depositato nelle Banche somme che ora valevano la metà o anche meno. Perciò nel primo decennio del nuovo secolo vendevano, sperando di rifarsi. Ma la manodopera, più rarefatta per le partenze in America, costava di più. Gli «Americani» che tornavano non facevano più i braccianti: lavoravano in proprio, in «libertà». Così si assiste al fenomeno della mobilità fondiaria all’inizio del Novecento: le terre che i «signori» avevano «usurpate» nel corso dell’Ottocento, ora spezzettate finivano nelle mani degli «Americani». Sorsero le prime industrie. Carlo Stella, primo sindaco di Grumo nell’Italia unita (1860-61), costruì un grande pastificio alle porte di Grumo e nel primo decennio del Novecento fu impiantato un altro pastificio da Bonavoglia sulla via di Toritto.